In questo strano e lungo periodo, le mie letture sono sfasate rispetto alle dinamiche commerciali, che impongono vite brevi alle novità librarie, che così non riesco a seguire. Ognuna di esse ha più o meno lo stesso ciclo. Si prepara a lungo l'uscita, che si annuncia. Poi quando avviene, tutto dura un paio di mesetti, annuncio, articoli, interviste...Se va bene il libro rimane qualche mese sugli scaffali, per poi lentamente sparire, ritirarsi nell'oblio, spintonato via da tutti i successivi.
Becco Giallo ha creato un marchio visibile, caratterizzandosi sulla storia contemporanea. I suoi libri possono rimanere un po' di più sugli scaffali, perché possono farsi compagnia l'uno con l'altro, ricordando come le lapidi di un cimitero della ragione le tragedie politiche, criminali e ambientali della nostra epoca.
Piazza Fontana era un appuntamento inevitabile. La domanda era chi se ne sarebbe fatto carico. Il rischio di questi volumi è quello di essere "compilativi", "didascalici". Anche perché spesso le materie sono complesse. Non è detto che il fumetto debba per forza "ridurre", come ci si aspetterebbe, appunto, da un fumetto. Ma è chiaro che servirebbero idee forti. O almeno tanto spazio. Considerando che gli autori importanti, a quanto pare, non si prestano ad operazioni di questo tipo, ecco, ancora una volta, due esordienti o quasi: ai pensieri Francesco Barilli, alle immagini Matteo Fenoglio.
Matteo Fenoglio è uno Schizzo Presenta mancato.
L'avevo invitato dopo la Futuro Anteriore del 2008, dopo le varie ottime autoproduzioni. Ma è arrivata la gradita prole. E soprattutto un progetto ben più ambizioso. Sapere che sarebbe stato lui a curare la parte grafica della narrazione mi ha fatto subito ben sperare.
Come se la sarebbe cavata, invece, Francesco Barilli, detto "Mitico Baro"?
Anche se non ricordo più che faccia abbia, costui l'ho conosciuto un po' di anni fa. Mi intervistò sulla crisi del fumetto... uno pseudoargomento ricorrente, ritornante e permanente. Incredibilmente, se si digita il mio nome su google, questo testo compare ancora oggi al secondo posto, dopo il link a questo blog...
Insomma, mi ricordo un'entusiasta, un estimatore... Ma questo non avrebbe dato diritto a sconti.
Dunque, senza fare sconti, eccomi a commentare Piazza Fontana.
Tra tutti i lavoro usciti per Becco Giallo, questo è uno dei più riusciti, ed esprime bene i punti di forza e i limiti non solo dell'editore, ma anche del fumetto utilizzato per interpretare la realtà. "Piazza Fontana" è un riassunto visivo ed emotivo della strage che avviò la strategia della tensione. Pur avendo le sembianze del fumetto, sta a metà tra il documentario televisivo e il teatro. Le voci narranti si alternano con quelle dei diretti protagonisti per esprimere lo sdegno civile, la matrice neofascista dell'attentato, le complicità istituzionali, le contorsioni processuali. Oltre a tutto questo, che doveva per forza esserci, mi sono piaciuti i profili delle vittime. Ricordare chi erano i morti, cosa ci facevano in quella banca quel giorno, oltre a rappresentare un piccolo risarcimento simbolico (ricordandoli), si traduce anche in un piccolo flash su un pezzetto dell'Italia produttiva di allora: gente che lavorava e lavorava, produceva e produceva, che si è trovata suo malgrado a morire improvvisamente, per oscure trame a loro rimaste sconosciute. La riemersione delle vittime mi sembra sia il contributo più originale di questo lavoro che non aggiunge informazioni o circostanze nuove, rispetto a quelle che più o meno tutti sappiamo.
Tra tutti i lavoro usciti per Becco Giallo, questo è uno dei più riusciti, ed esprime bene i punti di forza e i limiti non solo dell'editore, ma anche del fumetto utilizzato per interpretare la realtà. "Piazza Fontana" è un riassunto visivo ed emotivo della strage che avviò la strategia della tensione. Pur avendo le sembianze del fumetto, sta a metà tra il documentario televisivo e il teatro. Le voci narranti si alternano con quelle dei diretti protagonisti per esprimere lo sdegno civile, la matrice neofascista dell'attentato, le complicità istituzionali, le contorsioni processuali. Oltre a tutto questo, che doveva per forza esserci, mi sono piaciuti i profili delle vittime. Ricordare chi erano i morti, cosa ci facevano in quella banca quel giorno, oltre a rappresentare un piccolo risarcimento simbolico (ricordandoli), si traduce anche in un piccolo flash su un pezzetto dell'Italia produttiva di allora: gente che lavorava e lavorava, produceva e produceva, che si è trovata suo malgrado a morire improvvisamente, per oscure trame a loro rimaste sconosciute. La riemersione delle vittime mi sembra sia il contributo più originale di questo lavoro che non aggiunge informazioni o circostanze nuove, rispetto a quelle che più o meno tutti sappiamo."Piazza Fontana" si colloca dunque nell'ambito della testimonianza: degli autori che hanno voluto darci una rappresentazione, dell'editore che ha voluto aggiungere un altro tassello ad una linea consolidata, del lettore che dichiara un'appartenenza ed un preciso sentire.
Una testimonianza resa bene. Efficace l'inizio che riassume l'involuzione morale e sociale di Milano. Considerando lo spazio di manovra molto breve (un centinaio di tavole) Barilli ripercorre la dinamica dell'attentato e il lavoro successivo di ricostruzione dell'accaduto. L'attenzione è sulle persone, più che sui passaggi storici e processuali. Dicevo più sopra del narrare in prima persona, che consente di evitare un penoso didascalismo. Il risultato riesce dignitoso grazie al contributo preciso di Matteo Fenoglio. La sua linea semplice non rinuncia ai volumi. La mezzatinta è tipica del suo stile e, in questa circostanza, è utile per restituire una sensazione di bianco e nero televisivo. E quindi di storia. Il montaggio delle inquadrature è stato realizzato da entrambi gli autori. E anche questo funziona, senza cadere nella retorica.
Però, i visi dei personaggi hanno occhi senza pupille. Questo toglie qualcosa alla loro espressività. In questo momento non so ancora valutare se sia un difetto o meno. Piuttosto le figure umane rischiano di apparire un po' troppo semplificate. Al contrario, ambienti e oggetti d'epoca sono ben ricostruiti. Già altre volte ho avuto l'impressione che Fenoglio possa disegnare bene il passato...
Cominciamo a tirare un po' le somme...
Due autori che non hanno vissuto la strage raccontata nel libro (anche se Barilli, classe '65, ha respirato il clima di quel periodo) realizzano un breve documentario a fumetti, accompagnato da testi di approfondimento. Un lavoro serio e strutturato, dove anche la copertina ha un significato: un automobile caratteristica, datata, che trasporta il suo carico di morte e distruzione, o che l'ha appena fatto. Un'enigma non completamente risolto. Ma anche il simbolo di qualcosa di voluto, costruito.
Mi chiedo se questo libro saprà incuriosire chi non sa nulla o ne ha sentito vagamente parlare. Solo così, il gesto politico che rappresenta la realizzazione di questa opera avrà avuto un senso compiuto. In questo senso, penso che il linguaggio del fumetto mantenga una sua attualità. Perché dipendiamo moltissimo dalle immagini. Almeno il fumetto è onesto perché esprime candidamente i pensieri degli autori che lo muovono. Attraverso il fumetto, Barilli e Fenoglio dicono chiaramente come la pensano, facendolo ad arte.
O forse no. Lo fanno bene. E' uno dei libri migliori di Becco Giallo.
Ma nel documentare e rievocare, nel ritrarre e denunciare, gli autori perdono l'occasione di dare una lettura veramente personale, veramente artistica e autenticamente letteraria dell'accaduto. Non c'è la mano del grande regista. Non c'è il pennello del grande illustratore. Non ci sono i versi del grande poeta. Non c'è la prosa del grande scrittore. Non ci sono le strofe del grande cantautore.
Qui però non siamo di fronte ad un limite degli autori, a cui va comunque il mio rispetto personale e politico.
Ma ad un limite congenito del fumetto italiano. Un limite che rimarrà insuperato sino a quando gli autori non fonderanno su prospettive completamente diverse il loro lavoro.

























