
Complice un attacco di insonnia, ho visto il film dedicato alla giornalista irlandese Veronica Guerin, uccisa nel 1996 per le sue inchieste sul narcotraffico. Il delitto si tradusse in un vero e proprio sacrificio umano, perché proprio in seguito a questo, il Governo dell'epoca cominciò ad emanare leggi più severe per combattere la droga, la criminalità, soprattutto finanziaria, ottenendo risultati concreti.
Non conoscevo l'esistenza di questa persona e della vicenda prima di stanotte.
Grazie ad uno strumento di intrattenimento ho conosciuto un fatto vero, seppure tradotto in forma di narrazione.

In questi anni sono quasi sempre riuscito a sfuggire a tutte le trasmissioni stile "Cogne" dedicate ai delitti che fanno audience. Non le sopporto perché sono confezionate per un pubblico debole e morboso e perché, per forza di cose, non possono mai rappresentare un approfondimento serio e rigoroso dell'accaduto.
Ma qualche sera fa c'era Alberto Stasi in persona a Matrix. E non sono stato in grado di sfuggire. O meglio, ho cambiato più volte canale, per poi però inevitabilmente tornare ad osservare la sua persona, il suo volto.
L'ho ascoltato. E non mi è piaciuto. Troppo attento a ribadire il torto giudiziario subito. Anche lo stesso delitto, in fin dei conti, è stato un torto alla sua persona, ai suoi affetti.
E tutti gli altri, vittima compresa?
In effetti la situazione è spaventosa anche per le due famiglie coinvolte.
E le indagini, gli indizi, le presunte prove raccolte non sono in grado di offrire una spiegazione certa dell'accaduto: chi è stato, come e perché.

Colpevole o innocente?
L'Italia se lo chiede... e gli sponsor sono ben contenti sino a quando le trasmissioni proseguiranno. Per questo non le sopporto. Perché l'obiettivo non è accertare una verità, ma confezionare uno spettacolo. Il racconto non serve per rappresentare una realtà, ma per costruire una sorta di docudrama emozionante ma ben poco affidabile.
E così, come spettatore non ho nessun elemento per giudicare. Soprattutto non ho nessun diritto di farlo.
La domanda che mi sono posto è stata: che persona ho di fronte?
Com'è veramente questo ragazzo? Posso capirlo?
La sequenza di fotografie che illustra questo post propone diversi volti, interpretabili in modo anche opposto, a seconda del contesto e del punto di vista: una vittima innocente di una persecuzione giudiziaria per i suoi genitori, una persona inquietante ed enigmatica per i genitori della vittima.

Dunque non posso capirlo certo io, dal salotto di casa mia. Non mi è piaciuto in trasmissione, ma non per questo è colpevole. Può essere semplicemente antipatico o comunque condizionato da due anni e più trascorsi come unico indiziato e forse colpevole per l'opinione pubblica.
Allora mi pongo un'altra domanda: può una persona (e questa persona in particolare) mentire su un delitto commesso, a tal punto da convincersi e da convincere della sua innocenza?
Penso che sia la risposta a questa domanda che spinge ciascuno di noi a formulare un giudizio, magari inappellabile. Eppure non abbiamo raccolto noi le prove, non abbiamo eseguito noi le perizie, non abbiamo confrontato noi le testimonianze.
Abbiamo davanti un viso, una persona, ci facciamo un'idea su di lei, e su questa idea la giudichiamo colpevole o innocente a prescindere. Ci costruiamo un nostro racconto in accordo o in antitesi con quello confezionato dalla televisione. E ci comportiamo di conseguenza.
Ecco, stanotte sono arrivato alla conclusione che il mondo funziona proprio così. E questo mondo non mi piace.